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Un debutto senza confini

Pain To Power segna il primo capitolo sulla lunga distanza del quartetto di Manchester guidato da Harry Wilkinson, e con esso arriva una consapevolezza artistica che i lavori precedenti avevano solo sussurrato. Non è un esordio timido: è un urlo di dolore che si trasforma in atto di resistenza.

Il disco non conosce etichette né confini stilistici. È un balsamo curativo che obbliga l’ascoltatore a guardare in faccia ogni sfaccettatura delle proprie emozioni, specialmente quelle legate al dolore e alla perdita. Con Knocknarea (2023) e Connla’s Well (2024), i Maruja avevano dimostrato di aver trovato la loro ricetta vincente; con questo LP, la consolidano e la portano a nuove estreme conseguenze.

Il tema e la sonorità

Il filo narrativo di Pain To Power intreccia una critica tagliente alle dinamiche politiche attuali, il genocidio palestinese a Gaza, e il nichilismo di coloro che si arricchiscono dalle sofferenze altrui. Ma la vera battaglia è quella interna: la riunificazione dell’uomo moderno, disconnesso dal mondo e dalla propria umanità.

Dal punto di vista sonoro, il quartetto spinge ancora più in là le ibridazioni tra hip-hop e noise, mantenendo come punto fermo l’intento di catturare l’impeto dei loro live in studio, senza mai cadere nel banale. Post-rock, free-jazz, punk, post-hardcore e rap si intrecciano con naturalezza.

Traccia per traccia

“Bloodsport” apre il disco con spietatezza. Il drumming feroce di Jacob Hayes incontra il sassofono incalzante di Joe Carroll, perfetto contrappeso al cantato rap di Wilkinson. È una mossa che evoca lo spirito esplosivo dei Murder Capital, ma il mood resta più orientato al post-hardcore, con sguardi verso gli Show Me The Body.

“Look Down On Us” è il pezzo forte dell’opera: quasi dieci minuti di magnetismo articolato, già eseguito dal vivo fin dalla prima visita in Italia al Covo Club di Bologna nell’ottobre 2024. Il sassofono alterna toni sinuosi a invettive dirette, saettate dominanti che costruiscono tensione.

“Saoirse” mantiene la continuità del sax ma introduce un’intro schizofrenica e imprevedibile. Progressivamente il brano assume arie orchestrali, il tono diventa solenne, e il mantra “It’s our differences that make us beautiful” simboleggia apertura, libertà e la volontà di lasciar andare le proprie paure.

“Born To Die” evolve attraverso eleganti echi jazz prima di precipitare in un drammatico epilogo industrial, con batteria e chitarra fatali in primo piano.

“Break The Tension” mantiene la serratezza della sezione ritmica, mentre “Trenches” strizza l’occhio ai ritornelli rap-metal nello stile Rage Against The Machine 2.0.

“Zaytoun” è l’atmosfera catartica votata alla pura improvvisazione. Il titolo, parola araba che evoca sia l’albero di ulivo sia il frutto, rappresenta simbolicamente il legame al territorio e la resilienza del popolo palestinese. Introduce il tema dell’amore.

“Reconcile” chiude il disco con strutture poliritmiche e cori che tentano la riconciliazione finale.

Pain To Power è uno spaccato fedele della realtà emotiva contemporanea. È un viaggio impetuoso attraverso una spirale di violenza, rabbia, sofferenza e spiritualità, che si aggrappa strenuamente a ogni barlume di speranza. Un tentativo di riconnessione al nostro lato “più” umano, oggi più che mai accantonato e dimenticato.

Un esordio che merita ascolto attentissimo.

Artista: Maruja
Album: Pain To Power
Anno: 2025
Label: Music For Nations
Genere: Post-rock, Jazz-rock, Rap-rock
Voto: 8/10


Tracklist:

  1. Bloodsport
  2. Look Down On Us
  3. Saoirse
  4. Born To Die
  5. Break The Tension
  6. Trenches
  7. Zaytoun
  8. Reconcile

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